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L'incontro con Pinuccio Sciola
San Sperate, 20 settembre 2008
La volvo blu di Marti imbocca lo svincolo per San Sperate dalla superstrada che da Cagliari sale verso Oristano. Marti è un'amica americana di Marina che ha deciso da qualche anno di vivere in Sardegna. Qualche chilometro tra i campi coltivati del Campidano e entriamo in un borgo tipico della campagna cagliaritana. Case basse, con la via principale che lo attraversa su cui affacciano quasi tutti i negozi del paese. Pulito, ordinato, con poco traffico. La differenza con gli altri comuni della zona che salta subito all'occhio però sono i muri di alcune case, affrescati o disegnati con soggetti vari o scolpiti o coperti da gigantografie. Un paese esposizione. Ce ne sono altri, in Italia, ma questo ha una particolarità: è il paese di Pinuccio Sciola. Al semaforo, l'unico del paese, svoltiamo a destra e scopriamo di aver sbagliato strada. Ritorniamo indietro e stavolta imbocchiamo la via giusta che ci porta ad un piccolo slargo dove si apre un portone antico che da su un viottolo che accede a una corte. Ci riceve Pinuccio, con il suo sorriso discreto però sincero. Scendiamo dall'auto, Marina, Marti, Chiara, Vito e io. La stretta di mano è inequivocabile: benvenuti! La stessa già provata a Favignana con il Rais, a Lampedusa con Melo, a Leuca con Cesare, a Palermo con Roberto. Un albero al centro di un cortile arredato da arnesi della campagna e oggetti della natura trasformati dall'uomo e una quantità di sculture di pietra dalle forme infinite, regolari e irregolari, geometriche e arrotondate e dai colori più vari, grigi, rossi, neri, bianchi, blu, con tutte le tonalità che la roccia può avere elaborato nei milioni di anni. Appoggiate per terra o su scaffali le sculture di Pinuccio ti avvolgono immediatamente, rendendosi protagoniste dello spazio. Un po' incomprensibili a prima vista. Ti chiedi cosa cercasse la persona che le ha tagliate nelle forme che ha realizzato. Ma la risposta arriva presto, perché l'artista è di poche parole, almeno all'inizio. Ci fa cenno di seguirlo e appoggia le mani, i palmi, su un poligono di marmo chiaro tagliato obliquo nella sua faccia superiore e poi incrociato di tagli ortogonali successivi come a creare una scacchiera di guglie quadrate. Poi inizia ad accarezzare la pietra dall'alto verso il basso con sempre maggiore pressione e velocità. Cambia in senso: ora va da destra a sinistra e viceversa. Aumenta ancora la pressione e poi la diminuisce. Il suo corpo si inarca leggermente, si protende verso la pietra come a volerci entrare, come a volte fanno i pianisti quando suonano la parte più difficile dello spartito. E la scultura suona. Anzi: Suona! Canta, vibra, produce una musica che viene da lontano, non la lì. Delle note che sembrano provenire dall'universo, dallo spazio e che per qualche ragione sono rimaste intrappolate per milioni di anni dentro la roccia. La performance dura qualche minuto. Quando smette, Pinuccio solleva gli occhi a scoprire le nostre reazioni. Mentre ci guarda noto che la corte non torna silenziosa, ma la vibrazione si perpetua attraverso il canto di alcuni uccelli che giocano su un albero, come se il suono della pietra facesse parte dei suoni naturali del luogo. Siamo totalmente affascinati. Sciola è vecchio come le sue pietre, ma è giovane come il suo entusiasmo. Lui dice di avere almeno 5000 anni, origini antiche e lapidee che vanno al di la dell'età anagrafica. Ha viaggiato molto, per confrontarsi e per misurarsi con altre realtà e altre persone. Ma anche perché è una persona curiosa. Prima in Europa, conquistandosi la conoscenza attraverso visite a musei, chiese, biblioteche anche avendo a disposizione pochi mezzi economici. Parecchie stazioni ferroviarie lo hanno accolto come ospite. Poi un viaggio in Messico e il lavoro accanto a Siqueiros. Ma sempre l'idea di rientrare in Sardegna, la più bella scultura del Mediterraneo. Dopo una visita veloce al suo atelier, Pinuccio ci chiede di accompagnarlo nel suo Giardino, un terreno a qualche centinaia di metri da lì dove sorge un vero bosco di sculture. Pietre di ogni tipo e origine delle quali ha cercato le voci e i silenzi. Tutte realizzate in modo da poter tornare alla natura dalla quale provengono, ricoprendosi nuovamente di licheni e muschi. Ce le presenta, le sue pietre. Come si fa con delle amiche viventi. Le sceglie e le invita a suonare per noi sotto il tocco delle sue mani che sempre accarezzano, ma mai percuotono. Ce n'è una a cui ci chiede di appoggiare l'orecchio, perché la voce interna è più forte di quella esterna: è un canto che sa di acqua corrente, come se un ruscello invisibile ne scorresse attraverso le molecole. E intanto ci racconta di se e dei suoi progetti. Molti progetti. A breve e a lunga scadenza. Alcuni sono desideri che ciascuno di noi, ascoltandolo, vorrebbe vedere realizzati, tanto profondo è il significato che avrebbero e la passione che li anima. Ci racconta di come ha scoperto che le pietre emettevano suoni vibrando. Del cammino di scultore lungo cinquant'anni che è solo all'inizio. Di come le pietre sono la memoria del mondo. Lo fotografiamo, lo filmiamo, ma soprattutto lo ascoltiamo. E poi, come cosa del tutto naturale, mentre rientriamo camminando all'atelier, inforca la sua bici e dice < Bè, vado a comprare il pane. Torno subito > Era evidente, per quanto inatteso, che avremmo pranzato lì. Pinuccio desiderava condividere la sua casa, la sua tavola, il suo tempo con noi. La terra ci accoglieva attraverso di lui. Lui ci ha accolto per mezzo della terra. Pranzo superbo, a base di tortelli sardi, formaggio pecorino, salame, frutta e pane carasau. Chi apparecchia, chi serve il vino, chi prepara le porzioni. Una compagnia nata da poche ore, ma sempre esistita. Dovevamo solo incontrarci. La sera seguente, il 21 settembre, al lazzaretto di Cagliari c'è stato un simpatico e poco affollato incontro con il pubblico. In realtà, causa la scarsa pubblicità data all'evento, eravamo praticamente tra pochi amici. Ma le chiacchiere fatte con Elena Ledda, la famosa cantante, Carlo Romeo, scrittore, Ciro Iengo, assessore di Ercolano e lo stesso Pinuccio hanno creato un bel momento. E lui, lo scultore, ha sentito il desiderio di condividere un altro momento con alcuni di noi. Abbiamo realizzato un convoglio di auto che dal porto di Cagliari, dove ci eravamo radunati per mostrare Adriatica a chi non la aveva ancora vista, è tornato a San Sperate, nel giardino delle sculture. Parcheggiate le auto, a piedi e nel buio della notte stellata e senza luna, ci siamo sparpagliati tra le sculture, che quasi non si vedevano, ma di cui si percepiva forte la presenza. E come regalo di saluto per la imminente partenza dell'equipaggio, Pinuccio ha dato fuoco a delle frasche che liberando una luce calda e movente ha illuminato il parco e le sculture. Sciola scenografo che sa creare l'effetto e la magia utilizzando solo la natura. Sciola ospite d'eccezione che accoglie i viaggiatori che noi siamo nella sua casa e nella sua terra. Un altro momento magico e intenso, profondamente condiviso, che si aggiunge alla lunga lista di dimostrazioni di accoglienza che la Sardegna ci ha dato attraverso i suoi abitanti. Adriatica è ripartita il mattino seguente. Grazie Pinuccio. Torneremo da te. Per le tue sculture e soprattutto per te.
Adriatica L'equipaggio Il comandante
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